IL MUSEO TRA MEMORIA E DESIDERIO

Questo nostro mondo umano,
che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.
Pier Paolo Pasolini

La lunga via del pane
un museo in sogno

Quante volte ho disegnato e dunque sognato il museo del pane, ammaliata e travolta dalla energia focosa, bruciante, di Marisa con i suoi simboli incantatori.

Il primo pane nasce a Pellegrino a suggerire un destino tra quelle montagne forse legato al toponimo, poiché in effetti nel corso dei successivi decenni, il pane ha a lungo peregrinato in luoghi disparati concedendosi solo poche occasioni di sosta (castelli di Bardi e Felino, reg­gia di Colorno) altrimenti sempre evocato e conservato, custodito con tale materno amore e inalterata passione da Marisa, fino alla fine capace di riaccendersi al suono della parola pane.

In luogo segreto, ai piedi del castello, sepolto nel sottotetto, sotto i letti, ovunque ci fosse restante spazio da condividere con gli innumerevoli testi di ricerca e la vasta documentazione di studio e di scambio con eminenti studiosi nel mondo, a rammentare altri misteriosi oblii e nascondimenti1.

Dal 1987 ho cominciato a maneggiare pani in occasione della mostra al Castello di Bardi, lì condotta dallo spirito grande e indomito di un padre2 già inghiottito dalla multiformi spirali auree a passarmi un dono con l’atto di gettare un semino.

Questo pane ospitato in castelli, regge, monasteri, chiese, a volte solo nell’idea, avrebbe poi manifestato la sua natura rituale e magica segnando accadimenti in un incrociarsi e sovrapporsi di fasi cicliche della vita.

Germinazioni e gestazioni, lievitazioni, scomparse e rinascite, , nutrizioni e allattamenti, vegliata dalla Dea greca Demetra, antica madre del grano. Grandi avventurose tavolate, apparecchiate con stoviglie vere e vere tovaglie di lino nelle alte sale del castello da Marisa, che stupiva del nostro stupore estraendo le sue zuppiere fumanti nel mezzo di convulsi alles­timenti. Alte fiamme vendicatrici al termine di lunghe ore trascorse tra i pani. A incenerire anni di progetti tracciati su vecchi cartacei. Fuochi trasmutatori3, fiamme a riparare di avere osato immaginare.

In un vitale alternarsi incessante di passaggi oscuri e luminosi segnati da terra, acqua, aria e fuoco dove il pane è divenuto manifesto, quale frutto di mutamenti continui. Attraversamenti dai caratteri misteriosi e alchemici.

Breve cronistoria

1985 maggio – inaugurazione del Museo del Pane presso la Scuola Media di Pellegrino Parmense quale scuola pilota (agosto 1984) nell’ambito di un progetto di Educazione Am­bientale CEE;
1987 giugno – Mostra al Castello di Bardi, Il pane nel mondo a cura del Centro Studi della Valle del Ceno; pubblicazione La fatica del pane – I gesti antichi con il patrocinio dell’Ar­chivio per lo Studio delle Tradizioni Popolari Parmensi;
1989 novembre – Progetto di fattibilità per la costituzione del Museo del Pane, Architetto Alberto Tassi-Carboni;
1996 Museo del Pane – Prima stesura circa le intenzioni e i metodi – Architetto Emma Tas­si-Carboni;
1998 gennaio – Il Museo del Pane – Programma di fattibilità a cura di Studio Tassi-Carboni;
1999 luglio settembre – Mostra al Castello di Felino, Pani da Museo;
2000 aprile ottobre – Mostra al Castello di Felino, Pani da Museo;
2000 aprile – Marisa Zanzucchi Castelli, Pane Universo di simboli e riti, Artegrafica Silva, Parma;
2003 maggio – Castello di Varano de Melegari, Progetto del Museo del Pane – Architetto Emma Tassi-Carboni;
2004 marzo – Mostra nella Reggia di Colorno, Pane al pane, partecipazione con una scelta di pani votivi;
2011 aprile – Cittadella del Cibo, Accordo di programma sul Museo del Pane, Parma.
2015 settmbre – Galleria Nazionale e Biblioteca Palatina, Parma, Mostra Pane Nostro, nutrimento e simbolo di umanità..

Il museo che manca
nella città di Padre Lino

Un museo non è soltanto un luogo sacrale, cassaforte o archivio per gli addetti ai lavori: anzi deve essere soprattutto scuola e laboratorio, cioè recinto in cui la contemplazione e la meditazione si facciano attività vitale, nella presa di coscienza del proprio stato presente attraverso l’esame della continuità storica, e il confronto con le testimonianze poetiche della condizione umana di altri luoghi e tempi. Quando l’opera d’arte non sarà più considerata un miracolo o un feticcio, ma quel prodotto dell’uomo che giunge a testimoniare la vita del proprio tempo nella dimensione assoluta dell’eterno, quando sarà intesa come un intelocutore sempre attuale, allora si comprenderà che il dovere di difen­derla e ben conservarla non è noiosa pretesa di anime pie e di anacronistici eruditi, ma è impegno di ogni individuo che voglia essere politicamente cosciente del suo ruolo nella società in cui vive.

Franco Russoli

Entrando nella chiesa della SS. Annunziata mi è accaduto di trovare una forma di pane posta proprio sotto l’immagine di Padre Lino, segno di un rito ancora presente e dal valore altamente simbolico, a rinnovare l’immagine di una figura tanto amata nella nostra città, anche perché interprete e coraggioso praticante di un’anima autentica di Parma.

Vale la pena di ricordare che è ora attivo un interessante progetto nato dal desiderio dei detenuti di partecipare alla vita comunitaria della città di Parma, dedicandosi una volta alla settimana alla preparazione di pane da destinare alla Mensa di Padre Lino.

È dunque sotto questo segno che si auspica la costituzione del museo sognato da Marisa Castelli Zanzucchi a Parma.

Se si considera un Museo come puro contenitore di oggetti, sia pure curiosi ed interessanti, pensare di collocarne un altro in una città come Parma che già possiede un notevole patrimonio di collezioni scientifiche, etnografiche, storiche ed artistiche, potrebbe sembrare quanto meno pretestuoso e fuor di luogo. Ma se per Museo si intende un deposito organizzato, un centro di raccolta e documentazione, la più ampiamente fruibile per la collettività nel suo insieme, un laboratorio didattico, particolare ed insostituibile per la scuola, allora anche un Museo del Pane come quello progettato, unico al mondo per la sua specificità, può rappresentare per Parma un momento in più per soffermarsi a leggere la storia l’ambiente e la cultura che ognuno ha dentro di sè e per rintracciare originari fili conduttori che sembrano perduti.

Un Museo deve comunicare il senso complessivo dei significati connessi agli oggetti di cui si compone, deve cioè avere in se stesso sia la capacità di comunicare valori, segni, simbologie, culture diversificate, sia la capacità di rispondere compiutamente al divenire delle conoscenze.

La dimensione nazionale ed internazionale, l’indirizzo spiccatamente etnografico e il valore scientifico riconosciuto al Museo del Pane rendono necessaria ed urgente la sua col­locazione anche all’interno della città di Parma, per muovere la popolazione ad una più corretta e responsabile partecipazione di vita al proprio ambiente e per portare all’esterno l’immagine di “un’altra città” che si riappropria dei valori più genuini della propria millenaria cultura

Un’ultima considerazione, un Museo del Pane, in una città come Parma, ormai riconosciuta come capitale dell’alimentazione, ne sarebbe un’indispensabile compimento.

Infine una suggestione da Expò che presenta nel Padiglione Zero una piccola forma in argilla per cottura del pane (2680-2140 a.C. Museo Egizio di Torino) ospitata tra preziosi reperti. Mute presenze come testimonianze preziose e salvifiche, segni indicatori di possibili azioni, giunte a noi dopo un viaggio lungo millenni.

Emma Tassi-Carboni

Il testo qui sopra riportato è tratto dall’intervento di Emma Tassi-Carboni contenuto nel catalogo della mostra.