L’incanto questa cosa inutile ed indispensabile
come il pane: da nobis hodie incantum quotidianum.
Giò Ponti

Emma Tassi-Carboni

Architetto

Spazi
le mute presenze

Lo spazio espositivo è interamente collocato nel grande edificio del Palazzo della Pilotta e si sviluppa nelle prestigiose sedi della Galleria Nazionale e della Biblioteca Palatina con l’annesso Museo Bodoni. Come sempre elemento centrale e generatore è la necessità di misurarsi con il luogo.

La Pilotta con i suoi spazi monumentali, la sala ovale della Galleria Nazionale con la presenza dei mastodontici colossi, il lungo e vasto corridoio della Galleria Petitot in Palatina dagli alti scaffali carichi di pensieri. Inoltre, non meno ingombrante la muta palpitante presenza delle singole opere. Come dimenticare lo sguardo vigile e consapevole della Schiava Turca e la misteriosa Scapigliata, le eleganti matrici Bodoniane o le preziose carte del manoscritto autografo di Piero della Francesca De Prospectiva Pingendi, custoditi dentro quelle mura con passione e sapienza?

Non resta che porsi in ascolto per accogliere ciò che i pani suggeriscono e dunque ab­bassare lo sguardo per riportarlo su una visione del mondo che riconsideri le cose che ci circondano con il rispetto e l’attenzione che meritano. Quella visione del mondo secondo la quale mangiare un pezzo di pane può essere un gesto silente e solitario e insieme un rito di condivisione.

Il pane come materia viva, sacro e profano, simbolico e concreto: il mistico atto della comunione e la tangibile fatica contadina, riempirsi la pancia e lo spirito. Ma soprattutto i meravigliosi pani dei morti: dar da mangiare ai morti, un atto finalmente sensato, un gesto di grande bellezza. Ma questo abbassare lo sguardo è da ritenere dinamico e dialettico poiché promuove l’alternanza dei punti di vista e la loro armonica convivenza, c’è posto per il pane come pure per il raffinato ed elegante Trionfo da tavola e il loro reciproco dialogo è fonte di nuove visioni.

Dunque si è immaginato questo umile pane, che mancava, deposto nel cuore della notte lungo i corridoi oscuri e deserti dall’anima luminosa di Marisa (la vedo sorridere con occhi scintillanti, illuminarsi tutta nel compimento di uno dei suoi riti magici). Pani come lucine nel buio ad accendere la curiosità del visitatore, esploratore avventuroso, sedotto dalle multiforme dei pani. Così l’anima del luogo, accogliente per vocazione, diviene ora aperta. Disposta a fare entrare i poveri pani come si trattasse di opere preziose, inestimabili, a dialogare e condividere gli spazi con i propri capolavori.

Intrecci
il pane che manca

È evidente dunque che in una visione dialettica dei criteri espositivi l’intreccio dei percorsi è sollecitato dalla voluta distribuzione delle tre aree tematiche nelle due sedi.

La collocazione dei pani diviene la rappresentazione di una mancanza che nelle intenzioni deve suscitare curiosità ed interesse e rimandare alla collezione nascosta e salvata.

Inoltre la distribuzione nelle due diverse sedi espositive evidenzia le reciproche mancanze e suscita nostalgie per ciò di cui si avverte l’assenza.

Intriga e spinge al nomadismo seppure su piccola scala, con un’idea di multiculturalità e di scambio da praticare nel presente a partire dal microcosmo per divenire possibile sul macrocosmo.

I tre grandi temi esposti sono connotati da un colore, Pani tra Mito e Culto (Verde – Il Rito nella Natura), Pani del Ciclo della Vita (Rosso – il Cuore Pulsante), e Pani dal Mondo (Blu – La Terra vista dal Cielo), che diviene filo conduttore nella tessitura-percorso lungo il quale ogni visitatore dà vita ad un differente disegno. La visione complessiva di tutti i vagabondaggi tra pani, dipinti, manoscritti e stampe dà luogo ad un unico tessuto policromo da ammirare staccandosi dal suolo (in volo!).

In Galleria Nazionale le teche dei timidi pani sono collocate nella Sala dei Colossi ai piedi dei quali stanno a palpitare creando un rapporto di contrasto che evidenzia i due temi delle opere della Galleria (sfarzo/abbondanza-spreco e elemosina-carità-eucarestia/povertà-cura) e rimanda al rapporto squilibrato tra le diverse vaste aree del mondo che alternano lunghi scaffali ricolmi di cibo a pance vuote.

Le opere sono distribuite negli spazi della Galleria in parte esposte in uno spazio dedicato (Sala dei Busti e Sala Ovale) e in parte da ritrovare lungo il percorso espositivo nelle loro consuete collocazioni (Salone Maria Luigia).

La Biblioteca Palatina, che vede quale spazio ospitante la Galleria Petitot, ha selezionato preziosi manoscritti e stampe. Antiche miniature dei libri d’Ore, a scandire il ciclo dell’anno e dunque della vita, manoscritti anche dal profondo significato religioso con la simbologia dell’Eucarestia e delle scene evangeliche. Antichi codici ebraici con splendide miniature ad illustrare i pani azzimi e i meravigliosi pani della presenza. Le incisioni dalla raccolta Ortalli che alternano Santi a temi laici (lavori dei campi, mesi dell’anno, vizi e virtù). E infine il tema del pane a Parma nei documenti.

Il criterio espositivo primario agisce così per contrasti armonici secondo l’idea dell’affermazione reciproca delle diverse nature ed identità, che non sia di sopraffazione ma invece di accettazione6.

Il contrasto è appunto armonico, cioè esprime il suo massimo valore (principio dei colori complementari) dando luogo a suggestioni ed intrecci sempre differenti e a propria misura. L’ambizione é di riuscire ad incuriosire. Stimolare l’immaginazione, utilizzando come metodo il sistema analogico con indicazioni alle varie strade percorribili. Portare il pubblico a fare qualche nuova scoperta sull’argomento, senza la pretesa di esaurirlo, svelare le infinite connessioni che esistono o che sono da inventare. Pochi concetti fondamentali, intorno ai quali ogni persona deve poter costruire la propria storia.

Il testo qui sopra riportato è tratto dall’intervento di Emma Tassi-Carboni contenuto nel catalogo della mostra